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Di Luca Palombi, in collaborazione con "Panorami di cultura"
Ormai da diversi anni si sente parlare di epoca delle telecomunicazioni. Nonostante la bolla (speculativa?) della new economy sia scoppiata, nonostante le previsioni sulle magnifiche sorti di internet siano state ridimensionate (così come gli investimenti statali per le autostrade dell’informazione, in Europa come negli Stati Uniti), l’ammodernamento delle strutture informatiche rimane una casella importante (e destinata ad aumentare) nei bilanci delle imprese così come delle pubbliche amministrazioni.
Parlare di open source significa intervenire in questo bilancio. Significa che la quota che periodicamente viene destinata per esempio a una multinazionale americana (la Microsoft) per pagare le licenze dei software utilizzati può essere investita in altro modo. Intendiamoci, non si sta parlando di azzerare i bilanci destinati all’informatica: restano i costi per l’hardware (ma si può risparmiare anche in questo caso se non si è succubi dei voleri delle multinazionali del settore) e le remunerazioni dei tecnici. Ma una quota (spesso non irrilevante, anche se variabile in base a diversi fattori) può essere sottratta per esempio a un’azienda che spesso vive di rendita a causa della posizione di monopolio data anche dall’abitudine dei consumatori (sulle dispute giuridiche non mi addentro). Non è certo mia intenzione condurre una crociata contro qualcuno (non sarebbe neppure questa la sede) ma una battaglia a favore di qualcosa.
Innanzitutto su come investire i soldi risparmiati delle licenze. Tralasciando le numerosi voci (delle aziende come delle pubbliche amministrazioni) che necessitano di fondi (quante volte dirigenti pubblici e privati rifiutano progetti validissimi o tagliano risorse in settori delicati per mancanza di soldi?) mi limito al settore dell’informatica. I soldi risparmiati potrebbero essere investiti per pagare maggiormente i tecnici informatici (spesso giovani della provincia) per avere software (open source ovviamente) più personalizzati in modo da aderire maggiormente ai bisogni dell’ente. Quante volte vengono installati programmi spropositati (in termini di difficoltà, con conseguenti costi per la formazione del personale) semplicemente perché le imprese del settore pongono una serie limitata di prodotti a disposizione del mercato? Tale scelta nell’open source, con il codice sorgente disponibile, è teoricamente (e anche praticamente grazie a internet) illimitata.
Arrivo a pensare alla costruzione di un polo tecnologico open source, con pubblico e privato che collaborano in un territorio (provinciale o comunale) per trovare le soluzioni migliori. Ovviamente sono mille altre le soluzioni possibili, anche solo legate al pubblico (perché non dare in appalto per esempio l’aggiornamento, tramite programmi open source, del sistema informatico provinciale in base alle esigenze specifiche di ogni settore?).
Ma concludo parlando dell’open source anche come investimento sociale. Diffondere l’open source nelle imprese e nella pubblica amministrazione significa diffonderlo nella società. Significa dunque in una prospettiva di medio-lungo periodo contribuire all’abbassamento del costo dei personal computer e al miglioramento continuo dei software messi in circolazione nel mercato. Significa contrastare l’oligopolio che, come in tanti altri settori economici, sembra inevitabile conseguenza della globalizzazione del mercato. Significa dare spazio alle intelligenze e capacità dei singoli individui che altrimenti non avrebbero la disponibilità economica di contrapporsi (sebbene in possesso di prodotti migliori) ai colossi che governano il mercato. A chi afferma che con la globalizzazione il modello delle piccole imprese è in declino, io consiglio di parlare con i tanti giovani esperti open source della nostra provincia che potrebbero ottimizzare il sistema informatico di un ente, pubblico o privato, in maniera tale da fare invidia ai colossi dell’informatica, semplicemente unendo le loro capacità e conoscenze a quelle messe a disposizione gratuitamente sulla rete dalle migliaia (milioni?) di competenti open source sparsi in tutto il mondo.
Pubblicato nell'ultimo numero di "Panorami di cultura" della Provincia di Pesaro e Urbino, Assessorato Beni e Attività Culturali - Editoria
www.panoramidicultura.it
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Postato il Domenica, 4 di Aprile del 2004 (17:53:28) di cami |
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